Via di Città 126
53100 Siena
Dal 21/11 al 24/12/2025:
Lunedì, ore 11.00- 17.00;
Martedì e mercoledì, chiuso;
Giovedì, ore 11.00- 21.30;
Venerdì e sabato, ore 11.00- 19.00;
Domenica, ore 10.00- 19.00
Chiuso il 25/12/2025
Dal 26/12/2025 al 6/1/2026
Tutti i giorni ore 11.00- 19.00
il 6/1/2026 ore 10.00- 18.00
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Il Palazzo delle Papesse, imponente edificio di Siena, combina uno stile gotico e rinascimentale nella facciata in travertino. Commissionato nel 1460 da Caterina Piccolomini, sorella di Papa Pio II, il progetto riflette l’ambiziosa politica dinastica dei Piccolomini. Sebbene attribuito tradizionalmente a Bernardo Rossellino, anche Antonio Federighi e Urbano da Cortona furono coinvolti nella costruzione.
Il palazzo ha ospitato Galileo Galilei nel 1633, durante il suo esilio, dove completò i Discorsi e dimostrazioni matematiche e osservò la Luna con il telescopio. Nel 1757, dopo l’estinzione della famiglia Piccolomini, passò ai Tolomei, poi ai Nerucci, fino all’acquisizione da parte della Banca d’Italia nel 1884. Decorato nel XIX secolo, fu centro d’arte contemporanea dal 1998 al 2008.
Dal giugno 2024, è gestito da Opera Laboratori per scopi culturali e museali.

Avvio della costruzione del Palazzo delle Papesse, commissionato da Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, per la sorella Caterina, la quale, divenuta vedova di Bartolomeo Guglielmi nel 1453, segue i lavori in prima persona, con grande determinazione. Nell’agosto, la donna, nata a Pienza da Silvio Piccolomini e Vittoria Forteguerri, ai quali sopravvivono tre figli (Enea Silvio, Laudomia e Caterina), acquista una serie di proprietà pubbliche e private sulle quali edificare. Il progetto è affidato a “valentissimo maestro” al quale è “facta designare la detta casa”.
Il primo di giugno la Signoria di Siena richiama Caterina Piccolomini per saldare l’operato di alcuni creditori, lo scultore e architetto senese Antonio Federighi, il cui nome ricomparirà sempre in relazione a pagamenti, e lo scultore e architetto fiorentino Bernardo Gambarelli, detto Rossellino. La realizzazione della nobile dimora, tuttavia, è in via di completamento: il 9 settembre è acquisito il legname per il tetto, in quanto non restava altro che “cuprire” il Palazzo.
Il Palazzo, adibito a residenza di Caterina e della sua famiglia, è il risultato di una strategia dinastica condivisa. Sarà abitato dai Piccolomini Pieri, il ramo da lei disceso attraverso la figlia Antonia che sposerà Bartolomeo Pieri, adottato dallo zio papa per assicurare la discendenza.
In questo triennio muore Caterina Piccolomini, da alcuni studiosi considerata la prima donna che in Italia abbia seguito la costruzione di una residenza privata. Il Palazzo fino alla fine del Quattrocento è denominato “di Caterina” e soltanto nel secolo successivo assumerà il nome “dele Papesse”.
Sopra il portale centrale del Palazzo una lapide sormontata dallo stemma Piccolomini reca il nome di Ascanio I Piccolomini, arcivescovo di Siena dal 1589 al 1597, oltre alla data indicata. Sotto è scolpito l’emblema araldico della tartaruga con il motto “AD LOCUM TANDEM” (“al fin pur giunge”). A fine del XVI secolo, Ascanio, dotato di una raffinata cultura letteraria e di un mecenatismo che rifletteva gli interessi dei suoi avi, avrebbe promosso un restauro dell’edificio.
L’omonimo nipote di Ascanio I, ovvero Ascanio II Piccolomini, figlio del fratello Silvio, anch’egli arcivescovo di Siena dal 1628, interessato agli studi di carattere scientifico, ospita nel Palazzo lo scienziato Galileo Galilei dopo la condanna da parte del Sant’Uffizio. L’illustre ospite giunse a Siena il 9 luglio e risiedette in città fino al 19 dicembre. Nell’agosto, Teofilo Gallaccini osserva la luna attraverso il cannocchiale di Galileo dalla loggia del Palazzo “con sei riguardature successive in altrettante sere”.
Con la morte di Ottavio, signore di Náchod, ultimo discendente dei Piccolomini Pieri delle Papesse, estintosi il ramo, il Palazzo passò alla famiglia Tolomei per fedecommesso.
Il Palazzo è acquistato dai Nerucci, il cui stemma di famiglia è visibile nella volta di una stanza al secondo piano. A questo livello si può accedere ad una terrazza dove si può ammirare il Facciatone, ciò che resta della grande facciata del Duomo Nuovo.
Un’iscrizione commemorativa nel pennacchio di un pilastro tra atrio e vestibolo d’ingresso ricorda un restauro cui forse possono essere riferite alcune decorazioni delle volte del Palazzo presenti in alcuni ambienti al secondo piano, attribuite ai fratelli pittori Cesare e Alessandro Maffei.
Il 16 aprile è rogato l’atto di vendita da parte dei conti Giovanni e Niccolò di Mario Nerucci alla Banca Nazionale del Regno (dal 1893 Banca d’Italia). L’edificio è adattato alla nuova funzione dall’architetto senese Augusto Corbi che, recuperando le parti antiche e demolendo le aggiunte successive, ricrea l’aurea rinascimentale della dimora. Anche le ornamentazioni riflettono i canoni puristi promossi dall’entourage dei pittori formatosi all’Istituto d’Arte con Luigi Mussini. Uno dei soffitti più suggestivi, raffigurante i carri trionfali con le divinità che alludono ai Pianeti e iscrizioni relative alle virtù bancarie, è attribuito ad Alessandro Franchi, con la collaborazione di Gaetano Marinelli e Giorgio Bandini.
Nel giugno il Palazzo diventa proprietà di Opera Laboratori che si occupa di gestione museale e progettazione culturale: “Vivere al meglio le esperienze nei territori in cui siamo, conoscere e rispettare ciò che abbiamo la fortuna di custodire e valorizzare, diffondere buone abitudini, più sostenibili e consapevoli, per noi e per le generazioni future” (Beppe Costa, Presidente di Opera Laboratori SpA).
Avvio della costruzione del Palazzo delle Papesse, commissionato da Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, per la sorella Caterina, la quale, divenuta vedova di Bartolomeo Guglielmi nel 1453, segue i lavori in prima persona, con grande determinazione. Nell’agosto, la donna, nata a Pienza da Silvio Piccolomini e Vittoria Forteguerri, ai quali sopravvivono tre figli (Enea Silvio, Laudomia e Caterina), acquista una serie di proprietà pubbliche e private sulle quali edificare. Il progetto è affidato a “valentissimo maestro” al quale è “facta designare la detta casa”.
Il primo di giugno la Signoria di Siena richiama Caterina Piccolomini per saldare l’operato di alcuni creditori, lo scultore e architetto senese Antonio Federighi, il cui nome ricomparirà sempre in relazione a pagamenti, e lo scultore e architetto fiorentino Bernardo Gambarelli, detto Rossellino. La realizzazione della nobile dimora, tuttavia, è in via di completamento: il 9 settembre è acquisito il legname per il tetto, in quanto non restava altro che “cuprire” il Palazzo.
Il Palazzo, adibito a residenza di Caterina e della sua famiglia, è il risultato di una strategia dinastica condivisa. Sarà abitato dai Piccolomini Pieri, il ramo da lei disceso attraverso la figlia Antonia che sposerà Bartolomeo Pieri, adottato dallo zio papa per assicurare la discendenza.
In questo triennio muore Caterina Piccolomini, da alcuni studiosi considerata la prima donna che in Italia abbia seguito la costruzione di una residenza privata. Il Palazzo fino alla fine del Quattrocento è denominato “di Caterina” e soltanto nel secolo successivo assumerà il nome “dele Papesse”.
Sopra il portale centrale del Palazzo una lapide sormontata dallo stemma Piccolomini reca il nome di Ascanio I Piccolomini, arcivescovo di Siena dal 1589 al 1597, oltre alla data indicata. Sotto è scolpito l’emblema araldico della tartaruga con il motto “AD LOCUM TANDEM” (“al fin pur giunge”). A fine del XVI secolo, Ascanio, dotato di una raffinata cultura letteraria e di un mecenatismo che rifletteva gli interessi dei suoi avi, avrebbe promosso un restauro dell’edificio.
L’omonimo nipote di Ascanio I, ovvero Ascanio II Piccolomini, figlio del fratello Silvio, anch’egli arcivescovo di Siena dal 1628, interessato agli studi di carattere scientifico, ospita nel Palazzo lo scienziato Galileo Galilei dopo la condanna da parte del Sant’Uffizio. L’illustre ospite giunse a Siena il 9 luglio e risiedette in città fino al 19 dicembre. Nell’agosto, Teofilo Gallaccini osserva la luna attraverso il cannocchiale di Galileo dalla loggia del Palazzo “con sei riguardature successive in altrettante sere”.
Con la morte di Ottavio, signore di Náchod, ultimo discendente dei Piccolomini Pieri delle Papesse, estintosi il ramo, il Palazzo passò alla famiglia Tolomei per fedecommesso.
Un’iscrizione commemorativa nel pennacchio di un pilastro tra atrio e vestibolo d’ingresso ricorda un restauro cui forse possono essere riferite alcune decorazioni delle volte del Palazzo presenti in alcuni ambienti al secondo piano, attribuite ai fratelli pittori Cesare e Alessandro Maffei.
Il 16 aprile è rogato l’atto di vendita da parte dei conti Giovanni e Niccolò di Mario Nerucci alla Banca Nazionale del Regno (dal 1893 Banca d’Italia). L’edificio è adattato alla nuova funzione dall’architetto senese Augusto Corbi che, recuperando le parti antiche e demolendo le aggiunte successive, ricrea l’aurea rinascimentale della dimora. Anche le ornamentazioni riflettono i canoni puristi promossi dall’entourage dei pittori formatosi all’Istituto d’Arte con Luigi Mussini. Uno dei soffitti più suggestivi, raffigurante i carri trionfali con le divinità che alludono ai Pianeti e iscrizioni relative alle virtù bancarie, è attribuito ad Alessandro Franchi, con la collaborazione di Gaetano Marinelli e Giorgio Bandini.
Nel giugno il Palazzo diventa proprietà di Opera Laboratori che si occupa di gestione museale e progettazione culturale: “Vivere al meglio le esperienze nei territori in cui siamo, conoscere e rispettare ciò che abbiamo la fortuna di custodire e valorizzare, diffondere buone abitudini, più sostenibili e consapevoli, per noi e per le generazioni future” (Beppe Costa, Presidente di Opera Laboratori SpA).
Non basta guardare,
occorre guardare con occhi
che vogliono vedere,
che credono in quello che vedono.
Galileo Galilei

Portavoce di questa parola è l’ospite più illustre che abbia mai varcato la soglia del portone del Palazzo delle Papesse: Galileo Galilei.
Visione intesa come visionarietà, curiosità intellettuale di scoprire il nuovo, capacità di andare al di là del conosciuto e di sfidare il credo comune.
Proprio come Galileo attraverso il suo telescopio, anche Opera Laboratori offre attraverso le sue mostre d’arte, nuove visioni e modi di vedere l’arte e la cultura in generale da vedere con nuovi occhi: “occhi che vogliono vedere e che credono a quello che vedono…”
Per descrivere l’anima del Palazzo c’è ancora l’apertura mentale di Galileo e del suo modo di interpretare la scienza; ma c’è anche quella della Papessa Caterina Piccolomini. Una donna che «nonostante tutto», andando contro le norme e le usanze del suo tempo che consideravano le donne non all’altezza per poterlo fare, ha costruito e organizzato l’edificio ora riaperto da Opera Laboratori.
Così come Caterina era una donna di vedute aperte, così il Palazzo delle Papesse diviene un simbolo di apertura mentale, inclusivo e partecipativo, sul mondo dell’arte.
Questa parola è forse la parola più «chiave» delle tre parole chiave scelte. Perché la pluralità è nel nome del palazzo; nel numero delle lune crescenti del simbolo dei Piccolomini; nel numero degli abitanti e delle funzioni che si sono susseguite nel tempo (residenza, scuola, banca, museo).
Questo essere una cosa e molte cose allo stesso momento, dà sostanza e credibilità alla pluralità di interessi del nuovo spazio espositivo di Opera Laboratori che «spazierà» dall’arte contemporanea a quella antica, dal fumetto alla fotografia, dall’innovazione alla tradizione, dal figurativo allo sperimentale.